I tre tempi del destino
A volte il grande autore si vede soprattutto nelle opere minori. Nelle cosiddette opere
minori: perché, per esempio, di Sturgeon numerosi critici hanno considerato “minore” quel
vero e proprio gioiello di The Touch of Your Hand, un racconto delicato e sfumato di mille
toni crepuscolari, immerso in un’atmosfera quasi biblica, pervaso a tratti da lampi di
emozioni e di sentimenti, risolto con una delle trovate più alien e intelligenti di questo
imprevedibile autore. Mentre altri critici hanno considerato valido uno dei più brutti
romanzi di science fiction scritti da un autore serio, e cioé l’orribile When the Kraken
wakes, dello stesso Wynclham e li e ha scritto l’ottimo Rebirth e quella deliziosa serie di
racconti fantastici e fantascientifici che è stata presentata di recente dallo S.F.B.C.;
questi esempi sono solo i primi anelli di una catena che potrebbe proseguire all’infinito, e
che porta a una sola conclusione: quando l’autore è grandissimo, anche nelle sue opere
minori c’è qualcosa. E nell’identificazione di questo qualcosa il critico spesso si trova
sconcertato, assume una posizione esagerata, o di completa condanna, o di completa
esaltazione, quando non preferisca sorvolare o definire “minore” l’opera per evitare un
giudizio difficile o spiacevoli contrasti. Ma Fritz Leiber, anche in questo campo, è un
autore imprevedibile. Un autore che scrive un’opera chiaramente “minore” (in confronto a
The Silver Eggheads e a quel vero e proprio gioiello de’ L’Alba delle Tenebre) e cioé The
big time, e va a vincere un Hugo; premio attribuito a volte in maniera un po’ criticabile,
ma, senza dubbio, molto più serio e rispondente ai veri orientamenti del pubblico e della
critica della maggior parte degli altri premi letterari, cinematografici, teatrali e artistici in
genere. Va bene che Leiber è andato a rivincere l’Hugo proprio in questi ultimi tempi, con
un romanzo che è senza dubbio uno dei suoi migliori: ma il fatto sconcertante rimane. The
big time è un romanzo non certo eccelso: ma forse lo si giudica così per l’accostamento
alle altre opere Leiber, ben altrimenti meritevoli. In assoluto, è comunque un buon
romanzo. Poi il Leiber si dedica all’intreccio complicato, al puzzle vanvogtiano, alle
astruserie e alle complicazioni, agli universi paralleli e alle leggende dell’Edda, ai motori
della probabilità e alle correnti spazio temporali, e magari ci si può aspettare un romanzo
lunghissimo, pesante e ultracomplicato. E invece ecco uscire questo Destiny Times Three,
breve, scorrevole, vivace, interessante, e pervaso dell’inconfondibile vena ironica di
questo autore, che sembra in bilico tra il romanzo “serio” e il divertissement, tra la satira
non troppo velata alle astruserie vanvogtiane e la creazione di un’astruseria ancor più
complicata. Probabilmente si farebbe più fatica a spiegare nei dettagli il meccanismo di
mondi più o meno probabili escogitato da Leiber, che a leggere il romanzo: sicuramente, si
impiegherebbe più tempo. Come il solito, Leiber è spumeggiante e dimostra una
conoscenza quasi perfetta dell’animo umano. Non manca, seppure velato, il solito accenno
ai felini questa volta cattivi.., che sono forse tra i personaggi più caratteristici del Grande
Fritz. Non mancano i semidei, né i conflitti mentali, né i momenti di assoluto divertimento.
I tre tempi del destino non è certo L’Alba delle tenebre, ma in un genere diverso, forse
con intenzioni diverse, e in un diverso momento, Leiber ha saputo comunque offrirci
un’opera sconcertante e dignitosa e (diciamolo pure) strampalata nel senso buono della
parola, come tutte le opere di questo autore che può essere considerato, di diritto,
membro dell’Olimpo dei Grandi della fantascienza
Tellini